Questa testimonianza è stata registrata nei primi anni 2000, tre anni prima della sua morte. Per quarantotto anni, Noémie Clervaeu ha tenuto per sé ciò che aveva vissuto nei campi di prigionia sotto l’occupazione tedesca. Il silenzio era il suo modo di sopravvivere. Le sue parole, il suo ultimo atto di resistenza.
Senza chiedere perdono, senza chiedere di essere giudicata, decise di parlare perché il tempo stringeva. Queste sono le parole che le sono rimaste impresse per tutta la vita. Ascoltate fino in fondo e non dimenticate mai questo. Se cercate negli archivi ufficiali, leggerete resoconti sulla fine, sul tifo, sulle esecuzioni sommarie a Petitmat. Vedrete cifre, date e mappe strategiche.
Ma gli archivi tacciono su cosa accadde realmente quando le luci si spensero nella Cabina 4. Non fanno alcun accenno al rituale. La vera guerra, quella che ci ha spezzato l’anima molto prima di spezzare i corpi, non è stata combattuta con cannoni o bombardamenti aerei.
È accaduto in un silenzio terrificante, in una stanza sterile, sotto lo sguardo clinico di un uomo che non ha mai alzato la voce. Ci insegnano che il male è caotico, rumoroso, violento. È una bugia. A ventitré anni, ho imparato che il male assoluto è meticoloso, pulito.

È matematico, e per noi questo male aveva una misura precisa, una distanza insormontabile che separava la nostra umanità dal nostro status di oggetti: sedici centimetri. È questo numero che ancora mi sveglia di notte, sessant’anni dopo, con il corpo inzuppato di sudore freddo, mentre cerco freneticamente l’orlo della mia camicia da notte per assicurarmi che sia abbastanza lungo.
Mi chiamo Noémie Clerveau e, prima di diventare solo un altro numero di inventario, ero una studentessa. Vivevo a Saint-Germain-des-Prés, in un mondo che odorava di carta vecchia, caffè tostato e illusione di libertà. Trascorrevo le mie giornate a discutere di poesia simbolista, convinta, con l’arroganza della giovinezza, che la cultura fosse uno scudo impenetrabile contro la barbarie.
Ero ingenuo. Pensavo che la guerra fosse una cosa da uomini, qualcosa di distante che accadeva sul fronte orientale o negli uffici governativi. Non avevo idea che la guerra potesse bussare alla mia porta in un piovoso martedì pomeriggio, sotto forma di due ufficiali cortesi che mi chiedevano di accompagnarli a una semplice ispezione. Non ebbi nemmeno il tempo di finire la mia tazza di tè.

Non ho mai più rivisto quell’appartamento. Non ho mai più rivisto la ragazza che ero quella mattina. È morta nel camion che ci portava verso est, soffocata dall’odore di gasolio e dalla paura collettiva di altre trenta donne. È strano come funziona la memoria. Non ricordo il volto del soldato che mi ha spinto sul treno, ma ricordo la consistenza del pavimento di legno contro la mia guancia.
Ricordo il rumore delle ruote sui binari, un ritmo ipnotico che scandiva la nostra discesa all’inferno. Tap, tap, tap, tap, tap. Ogni chilometro ci allontanava dalla civiltà e ci avvicinava a un mondo in cui le regole morali non esistevano più. Viaggiammo per tre giorni senza acqua, senza elettricità, stipati come bestiame.
All’inizio, ci furono grida, preghiere e grida di “no” nell’oscurità. Poi calò il silenzio, un silenzio pesante e denso, il silenzio della coscienza. Sapevamo, senza bisogno che ce lo dicessero, che non eravamo più cittadini francesi. Eravamo diventati merce. Quando finalmente le porte si aprirono, l’aria non era fresca. Era densa di cenere. Una polvere grigia e untuosa che si attaccava alla nostra pelle e penetrava nei nostri pori.

Eravamo arrivati. Questa storia, quella di Noémie e quella delle migliaia di donne le cui voci sono state messe a tacere, viene ricostruita qui con assoluta attenzione alla verità storica ed emotiva. Per sostenere questo lavoro di memoria e permettere ad altre storie dimenticate di venire alla luce, vi preghiamo di iscrivervi al canale e di attivare le notifiche.
Diteci nei commenti in quale città o paese state ascoltando questa testimonianza di oggi. La vostra presenza è ciò che mantiene viva questa storia. Il campo non era il caos che avevo immaginato. Era peggio; era una fabbrica. Tutto era ordinato, allineato, simmetrico. Ci hanno smantellato, ci hanno categorizzato.
Fu lì che vidi Heines per la prima volta. Non sembrava il mostro di una vignetta propagandistica. Il suo volto non era distorto dall’odio. Al contrario, era freddamente elegante, la sua uniforme impeccabilmente confezionata, i suoi stivali lucidi che riflettevano il cielo grigio. Ci osservava non con gioia, ma con curiosità scientifica, come un entomologo che osserva gli insetti che sta per appuntare su una bacheca di sughero. Non urlava, quasi sussurrava, ed era quella gentilezza a essere terrificante.
È matematico, e per noi questo male aveva una misura precisa, una distanza insormontabile che separava la nostra umanità dal nostro status di oggetti: sedici centimetri. È questo numero che ancora mi sveglia di notte, sessant’anni dopo, con il corpo inzuppato di sudore freddo, mentre cerco freneticamente l’orlo della mia camicia da notte per assicurarmi che sia abbastanza lungo.